5 ottobre 2012

Storie di quotidiana povertà.

C’è gente che per arrivare a fine mese viene aiutata dai cosiddetti Banchi Alimentari. Un’organizzazione (laddove molto spesso “organizzazione” è un termine inappropriato) di volontari che dalle mie parti è gestita tramite l’ONLUS.
Ieri pomeriggio era giorno di spaccio e, come ogni volta accade, le persone sono arrivate alla spicciolata un po’ prima dell’apertura, non tanto per essere i primi della fila perché così possono avere più scelta rispetto agli ultimi, perché bene o male, le cose ci sono per tutti in pari misura, ma per non stare ad aspettare il proprio turno avendo davanti 7 o 8 persone.
Il Banco apre alle 15.30 e la gente inizia a mettersi in coda verso le 15.00, a volte si vede qualcuno già alle 14,45, perché tutti noi abbiamo altre cose da fare nel pomeriggio e chi arriva presto e se ne sta lì ad aspettare l’apertura per mezz’ora o tre quarti d’ora è perché ha, a ridosso di un determinato orario, una cosa impellente da fare. Altrimenti anche arrivando mezz’ora prima che il Banco chiuda, le persone che avremmo davanti sarebbero in numero ragionevole.
Non è mai una questione di non farcela a prendere i prodotti, bensì, se arriviamo presto, è perché abbiamo impegni. E non ve ne sono di più o meno importanti, non si può quantificare l’importanza dei problemi che le persone hanno.
C’è il signore che ha lasciato la figlia piccola a casa da sola, la donna che per le 16.30 deve essere davanti all’uscita della scuola per prendere i figli, chi invece ha un appuntamento dal dentista, una giovane madre con un bambino di venti giorni e se ne sta lì in coda (magari piove a dirotto), o chi ha un parente all’ospedale. Con che cuore, o con quale cervello possiamo decidere quali tra questi problemi siano più gravi?
Eppure c’è gente che chiede di poter passare per prima e quando è possibile viene fatta passare. Perché dovrebbe esserci solidarietà innanzitutto tra noi che abbiamo bisogno.
Ma la solidarietà dovrebbe esserci anche quando le persone che abbiamo davanti non possono farci passare, perché i casi della vita sono infiniti e può capitare che il giorno che sei più disperato lo siano anche gli altri.
C’è da premettere che ognuno sente il proprio di dolore, è normale, assolutamente naturale, ma additarci tra di noi come persone insensibili, mettersi a piangere e battere i piedi, non ci aiuta.
Innanzitutto la Dignità. Sempre, anche nei momenti peggiori. Abbiamo una casa dentro cui poterci disperare. Non è detto che non possiamo piangere, ma con dignità e senza offendere nessuno.

L’incresciosa scena di ieri pomeriggio è stata la cosa più squallida a cui abbia mai preso parte e sono ancora qui a chiedermi perché le persone non dirottino tutta l’energia che hanno quando ci sono da imbastire certe “scenate patetiche” per cercare invece di cambiare la propria posizione.
Il periodo non è dei migliori per la maggior parte delle persone, in più ci sono da sommare tutte quelle cose che... “capitano ai vivi”: malattie, morte...
Ci sarebbe sempre da ricordare che, in partenza ad ogni nostra richiesta, alla gente dei nostri problemi non frega assolutamente nulla. Meno che mai se anche le persone a cui chiediamo un piacere ne hanno.
Ogni forma di volontariato ha una facciata di altruismo, in realtà è la forma più esasperata di egoismo ed egocentrismo. Se chi si “prodiga” per il prossimo non provasse piacere nel sentirsi così buono e bravo, se questi gesti costassero a chi li compie del sacrificio, stiamo sicuri che smetterebbe prima che tale sacrificio divenisse insostenibile.
Dovremmo sempre ricordarlo, quando, chiedendo di passare avanti mentre siamo in coda, ci sentiamo dire di no. Offendere, additare, rotolarsi a terra in una crisi di nervi (per altro presa con una considerazione che è l’opposto del sentimento che vorremmo suscitare) non fa di noi dei poveracci, ma solo dei maleducati.

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